L'Ultimo Cavaliere di Artù

RACCONTO FANTASY-STORICO
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«Non puoi chiedermi questo!»
«Non rimane nessun altro»
L’ombra, che parlava dalla prigione invisibile in cui era rinchiusa, possedeva lo stesso tono di voce anche a distanza di molti anni: un voce che il cavaliere aveva sempre trovato dolce e diabolica allo stesso tempo.
«Merlino, oramai l'era di re Artù e dei suoi cavalieri è finita. Io e te siamo ombre di un’epoca remota, vestigia di un passato che non ritornerà più.
Quanti sono i nuovi cavalieri? Quanti hanno diritto di sedere al tavolo dove un tempo sedevamo con il re? Cinquanta? Cento? Fossero pure mille, adesso che anche i figli dei miei compagni sono tutti morti, io, il più giovane tra i cavalieri di Artù, sono l'ultima persona in vita che ha conosciuto il re, l'ultima che ha parlato con Lancillotto e bevuto con Lamorak. Il nostro tempo è finito, Merlino, e non possiamo fare niente per impedirlo»
«Sei in errore. Il tempo dei cavalieri non è finito. Esso non finirà finché rimarrà anche un solo cavaliere in vita ed ora sei tu il cavaliere che porta avanti tutto ciò che è stato. Quello che è successo non è solo un affronto alla memoria del tuo re ma il possibile inizio di tempi oscuri che dovremo combattere con tutte le nostre forze.»
«Come puoi esserne sicuro?»
«Pensi che il tempo possa aver scalfito minimamente i miei poteri? Non mettesti mai in dubbio ciò che dicevo allora, non cominciare ora, Sir Gareth.»
Il cavaliere colto nell'orgoglio chinò il capo verso terra.
«Devi perdonarmi, non sono più quello di un tempo, le forze mi stanno abbandonando e temo che a breve non riuscirò più a restare a cavallo»
«Lo so, ma dovrai trovare dentro di te le forze per questa ultima ricerca» le parole del mago erano come dolci note musicali per il cavaliere e scorrendo come linfa nelle sue vene sembravano moltiplicare le sue energie.
«Dimmi cosa devo fare»

Con queste parole era iniziata la sua ultima ricerca, un lungo viaggio per recuperare Excalibur.
La spada di Re Artù era stata sottratta dal lago in cui Sir Bedwyr l’aveva lanciata dopo la morte del sovrano nella battaglia di Camlann. Chi fosse il ladro Merlino non lo sapeva o, probabilmente, non aveva voluto rivelarlo all'anziano Sir Gareth ai cui anni si era aggiunto ora il peso di un compito forse troppo gravoso. Cosa avrebbe potuto fare lui se nemmeno i poteri della Dama del Lago avevano potuto niente contro la forza malvagia che aveva trafugato l’arma invincibile?
Il suo viaggio lo portava verso ovest, senza una meta precisa seguendo le poche indicazioni che gli erano state fornite dal mago, lungo strade un tempo familiari che ora si districavano come un ignoto labirinto in una terra a cui non sentiva più di appartenere.
Era un solitario cavaliere errante con mille dubbi che attanagliavano ogni suo pensiero.

La notte lo sorprese in uno dei molti boschi che ricoprivano il reame; aveva appena acceso il fuoco quando dalla macchia udì dei rumori, la sua spada però era a portata di braccio e lui continuò a preparare il giaciglio per la notte.
Dal buio emerse un ragazzo: i suoi abiti erano sgargianti e dallo strumento a corde che teneva tra le mani si spargeva una musica dolce che risvegliò nel cavaliere ricordi a lungo sopiti.
Arrivando in prossimità del fuoco da campo il giovane musicista si arrestò e rivolgendosi a Sir Gareth disse:
«Un giorno ora è passato,
la notte guida il creato;
tu cavalier trovi riposo
sotto questo tetto boscoso.
Se cerchi un po di compagnia,
posso la noia mandar via!
Subito voglio domandare:
mi concedi qui di restare?»
Il cavaliere non prestò molta attenzione al fatto che il giovane menestrello parlasse in versi, i giullari dopo tutto erano persone fuori da comune, lo sapeva bene, anche se da anni non ne incontrava uno.
«Potete rimanere, non sarò certo io a scacciarvi» rispose cercando di essere il più gentile possibile a discapito del suo aspetto arcigno e del suo tono incattivito dalla vecchiaia.
«Milord ma che grande onore,
mi mostrate molto amore.
Vi devo però rivelare
che se volessi qui restare,
non potrei mai esser cacciato 
da voi, vecchio e ammaccato»
Subito il cavaliere si pentì della gentilezza mostrata poco prima ma oramai non poteva più ritirare la parola data; si ricordò per un attimo le serate a corte e le parole poco gentili con cui Sir Dagonet, il buffone del Re, apostrofava il siniscalco Sir Kay.
Velocemente scacciò quelle immagini, eteree, come un sogno proveniente da un mondo lontano.
Nel frattempo il giullare, seduto accanto al fuoco, dopo aver accordato velocemente la sua ribeca[1], iniziò a recitare:
«Draghi, dame e cavalieri,
boschi, montagne e manieri.
Era un mondo fortunato
ed Artù lo ha governato.
Ma, è noto, tutto finisce
e ciò assai mi intristisce»
La musica si diffondeva dolcemente per la radura, riducendo ad un rispettoso silenzio perfino i rumori notturni più flebili. Per il cavaliere quelle non erano solo parole ma vivide immagini di un tempo lontano che ogni notte si ripresentavano.
«Di tutti quei prodi signori
solo lui rimane qua fuori.
Lo aspetta una missione,
è richiamato in azione
ciò che dal lago fu rubato
ora va presto ritrovato.
Il viaggio seren continuerà 
ma non da solo camminerà.
Dormi tranquillo bel cavalier
di quel tempo sei degno alfier»
Al dolce suono delle corde Sir Gareth cadde in un sonno sereno e tranquillo per una volta non tormentato dai ricordi di affetti perduti.
La mattina con il sole basso nel cielo ed il cinguettio degli uccelli che accompagnavano il lento passo del suo cavallo riprese il suo viaggio, vicino al suo giaciglio notturno non vi era traccia del passaggio del giovane artista.

I giorni si susseguivano uno dopo l’altro, il percorso da seguire era sempre meno chiaro e le indicazioni sempre più nebulose; una mattina si trovò in riva ad un fiume, davanti ad un ponte di pietra. Nessuno era in vista ed il cavaliere iniziò la traversata.
«Fermo! Dove pensi di andare vecchio?»
Mentre Sir Gareth cercava di capire chi sì fosse rivolto a lui con tanta insolenza, due soldati, usciti da una baracca adiacente il ponte, si erano andati a posizionare sul suo cammino sbarrandogli il passo.
Uno dei due soldati era veramente grosso, quasi sette piedi d’altezza, a confronto l’altro era gracile e basso; le loro uniformi erano linde, segno che non avevano mai affrontato una battaglia, ma la loro arroganza era paragonabile a quella del più orgoglioso tra gli uomini.
Il più piccolo dei due continuò a rivolgersi al cavaliere con tono sprezzante.
«Se volete passare su questo ponte dovete pagare il pedaggio di cinque monete»
«Lasciatemi passare non avete il diritto di chiedermi niente, sono esentato da ogni pedaggio dalla franchigia reale» rispose Sir Gareth.
Un tempo non avrebbe dovuto rendere conto dei suoi privilegi a persone di rango inferiore ma oramai nessuno si curava più delle usanze del passato.
«Se è così dovete favorire i documenti» disse il soldato più grosso.
«Il Re non mi ha fornito “documenti”, deve bastarvi la mia parola di cavaliere» rispose Sir Gareth.
«Sapete dove potete mettere le vostre parole?», lo schernì il piccoletto.
Il cavaliere in uno scatto di orgoglio mise mano alla spada ma si fermò in tempo prima di estrarla, il soldato gracilino però noto il movimento e sguainando la sua piccola spada disse:
«Prendete le vostre franchige “cavaliere” e vedete di sloggiare dal ponte»
«Se non volete pagare potete usare il guado» disse il soldato grosso portando anche lui la mano alla spada.
«Il più vicino è a tre miglia a sud» concluse il piccoletto scambiandosi un’occhiata con il suo commilitone.
Sir Gareth avrebbe potuto sconfiggerli facilmente anche alla sua età, avrebbe anche potuto pagare dato che portava con se denaro pari a mille volte ciò che gli chiedevano ma senza dire una parola si avviò verso il guado, non aveva senso perdere tempo scontrandosi con i due soldati ma allo stesso tempo non si sarebbe mai abbassato a mercanteggiare con loro.
Dopo circa un’ora arrivò al guado solo per scoprire, interrogando un contadino del luogo, che il passaggio era stato portato via da una piena durante l’inverno: l’unica altra possibilità per passare il fiume oltre al ponte da cui giungeva era un secondo ponte a tre giorni di distanza.
Sapeva benissimo che i due soldati lo avevano volutamente mandato fuori strada ma, a questo punto, non restava altro da fare che tornare indietro e pagare il passaggio.
Avvicinandosi al ponte però si accorse subito che non era più sorvegliato, i due uomini non erano nella baracca e non si vedevano in giro.
Il cavaliere, gettate le monete sul ciglio del capanno, cominciò ad attraversare il ponte ma giunto quasi a metà si fermò, il grido disperato di una ragazza proveniva dalla sponda del fiume che aveva appena lasciato.
Spronando il cavallo si lanciò al galoppo verso colei che chiedeva aiuto e seguendo i lamenti si addentrò tra alcuni alberi poco lontani dalla riva. Quando arrivò nel luogo da cui provenivano le urla comprese subito qual era la situazione: i due soldati avevano bloccato una giovane ragazza ed ora stavano per prenderla contro la sua volontà, le avevano già strappato tutti gli abiti di dosso e mentre il soldato più grosso la teneva ferma il piccoletto si preparava a violarla.
Scendendo da cavallo per mostrare un rispetto che i due non si meritavano Sir Gareth sguainò la spada e si rivolse ai due briganti:
«Lasciate andare immediatamente la ragazza!»
I due sorpresi in un momento di debolezza ed indispettiti per essere stati interrotti si alzarono e si prepararono per affrontare il cavaliere. Pensando probabilmente di avere vittoria facile sguainarono le spade e con un ghigno sulla faccia si lanciarono verso Sir Gareth.
La velocità con cui il cavaliere si mosse sorprese anche lui stesso, in un attimo si portò tra i due avversari e con un colpo, passando attraverso una delle fessure del corpetto, arrivò dritto al cuore del soldato più piccolo che si accasciò al suolo. Estratta la spada dal corpo dell’avversario, dopo aver girato su se stesso, schivò un colpo piuttosto lento del grosso soldato rimasto in piedi e con estrema precisione lo colpì sotto l’elmo.
Mentre l’avversario si accasciava al suolo con la vita che fluiva attraverso la ferita al collo, Sir Gareth si avvicinò alla ragazza e la coprì con il suo mantello.
«Non temete adesso siete al sicuro» disse cercando di tranquillizzarla.
«Grazie...» sussurrò la giovane ragazza.
«Adesso siete al sicuro, come vi chiamate?»
«So-Soredamor»
«É un nome bellissimo, sapevate che pure una damigella della regina si chiamava così?»
La ragazza che a poco a poco si tranquillizzava scosse il capo.
«Era una bellissima ragazza, come voi, che si innamorò di un principe greco di nome Alessandro. Anche lui ricambiava l’amore e quando si sposarono lei divenne imperatrice d’oriente»
Mentre tranquillizzava la ragazza Sir Gareth la condusse fuori dal bosco verso la baracca e, quando arrivò sulla riva del fiume, incontrò una donna che si aggirava preoccupata.
La giovane, vedendola, si lanciò subito tra le sue braccia ed il cavaliere capì che si trattava della madre. Dopo che, tra le lacrime, la ragazza raccontò ciò che era successo, la donna si rivolse a lui:
«Mio signore, la devo ringraziare per ciò che ha fatto. Ha salvato mia figlia da una sorte orribile»
«Non mi dovete ringraziare, era mio dovere soccorrerla» rispose il cavaliere.
«Dio le renderà grazia per le sue azioni e non dovrà temere ritorsioni da parte della legge per ciò che ha fatto, uno dei miei figli ha sposato la figlia del sergente di quei due infami soldati e testimonierà in vostro favore, raccontando cosa è successo»
Ringraziando la donna, Sir Gareth si congedò dalle dame e riprese il suo viaggio lasciandosi alle spalle il ponte ed il fiume.

Oramai ne era certo, qualcuno lo stava seguendo da almeno un giorno.
Lo aveva sentito distintamente più volte ma non lo aveva ancora visto ciò poteva significare solo due cose: o il pedinatore era molto bravo o lui era molto vecchio.
Alla fine si decise ad affrontarlo una volta per tutte: fermò il cavallo in mezzo alla foresta in cui si trovava e si mise in attesa, lo sguardo fisso verso il vuoto ma pronto a cogliere ogni singolo movimento e l’udito teso a afferrare ogni singolo rumore.
Attese così per quasi un’ora ma alla fine fu l’inseguitore ad arrendersi.
«Pensi di rimanere ancora li a lungo? O forse sei morto in sella al tuo cavallo?»
La voce era arrivata da un lato ma Sir Gareth fece finta di non accorgersene e continuò a guardare di fronte a sè rispondendo con calma: «Se tu ti mostrassi e ti presentassi come si conviene forse potrei anche degnarmi di risponderti»
Davanti a lui apparve un ragazzo: i capelli biondo grano arrivavano poco sopra le spalle, lo sguardo era attento ed intelligente ed il corpo atletico e pronto allo scatto; era anche tremendamente bravo a passare inosservato.
Ai suoi tempi un giovane del genere sarebbe stato sicuramente scudiero e forse avrebbe potuto aspirare anche a diventare cavaliere.
«Io mi sono mostrato ma se siete davvero interessato al mio nome prima dovrete dirmi il vostro» disse il ragazzo fermandosi ad un paio di iarde dal cavallo.
Erano anni che qualcuno non gli chiedeva il suo nome, in un impeto di orgoglio si presentò con tutti i suoi titoli: «Il mio nome è Gareth, figlio di Lot di Orkhey, nipote di Re Artù, investito cavaliere da Lancillotto, membro della Tavola Rotonda e signore del Castello Periglioso»
Il ragazzo non sembrò minimamente turbato disse: «Io sono Lay, figlio di nessuno e nipote di qualcuno, giardiniere di un convento e piede più veloce della contea»
La sua voce aveva assunto un tono di caricatura mimando la fierezza dell’anziano cavaliere.
Anni fa Sir Gareth avrebbe sfidato a duello per molto meno ma adesso non aveva più importanza, qualcosa in fondo al cuore gli diceva che il ragazzo non era malvagio ma solo poco avvezzo alle buone maniere.
«Vorrei sapere perché mi stai seguendo?»
«La risposta è semplice, voi possedete una spada e avete l’aria di chi sa utilizzarla. Bene, io sto cercando qualcuno che mi addestri per diventare un guerriero»
Un tempo i ragazzini sognavano di diventare cavalieri, ora si accontentavano di essere guerrieri.
«Hai una spada tua?» chiese Gareth conoscendo già la risposta del ragazzo.
«No»
«Bene, allora torna quando ne avrai trovata una»
Così dicendo superò velocemente il ragazzo per proseguire il suo viaggio ma subito si fermò trovandosi davanti ad un incrocio di tre sentieri.
Dopo qualche minuto sentì la voce del ragazzo provenire da dietro le sue spalle: «Sir Gareth, mi pare che voi ignoriate la strada che dovete percorrere»
Era dura da ammettere, innanzitutto a se stesso, ma non aveva la più pallida idea di come uscire dalla foresta e le uniche possibilità erano chiedere indicazioni al ragazzo o aspettare qualcuno che forse non sarebbe passato mai. Non aveva tempo da perdere quindi a malincuore disse: «Ragazzo, qual è la strada più veloce per uscire dalla foresta?»
Si aspettava una richiesta in cambio delle informazioni ma il ragazzo rispose: «Posso indicarvela con molto piacere»
Così dicendo superò il cavallo ed il cavaliere muovendosi lungo uno dei sentieri, dopo pochi passi si voltò verso Sir Gareth e vedendolo sempre immobile nella stessa posizione disse: «Che fate, non venite?»
«Supponevo che mi avresti indicato la strada a parole»
«Supponevate male, o vi lascerete condurre fuori o vi dovrete trovare un’altra guida»
Lentamente Sir Gareth smontò da cavallo e si avviò dietro il ragazzo.
Quando arrivarono fuori dalla foresta nessuno disse nulla e Lay cominciò a camminare dietro al cavaliere.

Erano passati alcuni giorni da quando Lay era stato accettato, non ufficialmente, come compagno di viaggio dal vecchio cavaliere ma già cominciava a capire che la figura imbiancata che lo guidava verso una meta sconosciuta non era un semplice guerriero.
Quando si fermava a chiedere indicazioni, quando lasciava qualche moneta sulla porta di chiese isolate o quando, la sera, faceva esercizi con la spada aveva una portamento ed una movenza che non aveva mai visto in nessun’altro.
Guardandolo trafiggere con la spada nemici invisibili, ripensava alle sue parole quando aveva chiesto per l’ennesima volta di essere addestrato: prima che tu prenda in mano una spada dovrai averla vista adoperare almeno cento volte; così ogni volta che Sir Gareth estraeva la lama dal fodero i suoi occhi cercavano di trattenere ogni singola immagine dei movimenti e delle pose.
Naturalmente prima o poi avrebbe dovuto anche prendere in mano una spada reale e sperava vivamente che quel momento arrivasse prima che il cavaliere si stancasse della sua presenza o che malauguratamente morisse.
Dopo poco tempo aveva capito come slacciare la vecchia ma salda armatura ed ora aiutava Sir Gareth ogni sera, si preoccupava anche dei pasti e della pulizia del cavallo cercando di risultare il più utile possibile. Occupato com'era nell'intento di rubare quanta più conoscenza possibile sulle armi dal comportamento dell’anziano guerriero, aveva avuto poco tempo per pensare alle prime parole che gli erano state riferite dal vecchio cavaliere.
Tavola Rotonda, Re Artù, Lancillotto, questi non erano nomi sconosciuti ma appartenenti a storie che gli venivano raccontate da “Nonna Laudine”, l’anziana monaca che si occupava di lui nel convento in cui era cresciuto. Dalle gentili attenzioni che lei gli riservava aveva sempre avuto l’impressione che l’attempata signora fosse realmente sua nonna ma non aveva mai chiesto nulla al riguardo, lo stesso valeva per la sua famiglia. Tutti morti a quanto aveva saputo e ciò gli bastava, non voleva passare il resto della sua vita a rincorrere una passato probabilmente pieno di dolore e smarrimento.
Non pensava comunque che quelle storie, piene di cavalieri, principesse, magie e draghi, fossero vere, ne che qualcuno di quei personaggi potesse essere ancora vivo. Sfortunatamente non ricordava più se avesse sentito nominare Sir Gareth.
Mentre un giorno traversavano un fiume su di una piccola barca, trovò il coraggio di interrogare il cavaliere sulla sua storia.
«Non è una storia breve né a lieto fine» rispose inizialmente Sir Gareth ma poi, senza necessità di ulteriori domande, continuò, «Tutti mi hanno dato per morto ma sono ancora qui, mentre mia moglie Lionora e gli altri che amavo sono morti. La fine della mia storia è giunta ma io non vi ho preso parte»
«Amavi Lionora e anche altri?»
Le conoscenze di Lay in fatto di amore erano pressoché nulle avendo vissuto per tutta l’infanzia tra mura dove si predicava come unico amore quello incondizionato verso Dio.
Il cavaliere guardava i mulinelli d’acqua intorno alla barca come se in quei gorghi potesse rivedere i volti a lui cari.
«Io amavo Lionora, era la creatura più bella che avesse mai calpestato questa terra. Io amavo i miei fratelli benché fossero tutti macchiati di sangue innocente e abbiano causato la fine della Tavola Rotonda. Io amavo mia madre anche quando ha tradito la memoria di mio padre. Io amavo Lancillotto che è stato per me un mentore ed un amico sincero; perfino nel momento in cui mi ha trafitto con una spada non ho smesso di amarlo. Dimmi ora, pensi forse che fosse amore diverso quello che provavo per ognuno di loro? Non credo. Amare è concedersi all'altro in modo assoluto e definitivo. Amore non si concede il lusso di cambiare faccia»
«Capisco»
«No, tu non puoi capire. Sei troppo giovane. Forse un giorno potrai guardare indietro nella tua vita e dire di aver amato, per ora puoi solo vivere. Spetta a te scegliere il modo nel quale farlo»
Lay si concesse qualche minuto per riflettere sulle parole del cavaliere, poi la sua giovane età lo portò a divagare, solo con il procedere delle stagioni si sarebbe potuto vedere quanto gli insegnamenti avevano fatto presa nel cuore e sulla mente del ragazzo.

Campi dorati si estendevano intorno a loro per miglia, in lontananza montagne senza nome sfioravano le nuvole con i loro picchi ed un leggera brezza accarezzava le spighe accompagnando il loro viaggio lungo la strada polverosa.
L’anziano cavaliere camminava qualche passo avanti a Lay completamente assorto nei suoi pensieri.
«Fammi capire: stiamo cercando una spada, tu hai la tua spada, ci sono spade ovunque! Perché io non posso averne una mia? Tu sei così vecchio che potresti farti male anche solo estraendola dal fodero!»
Sir Gareth però non rispose, si era fermato nel centro della strada.
«Perché ti sei fermato? Non ti sarai offeso per la battuta?»
Il cavaliere non sembrava ascoltarlo e quando il ragazzo, portandosi a fianco del suo compagno di viaggio, riuscì a scorgere ciò che lo bloccava rimase molto sorpreso: nel mezzo della strada erano posti tre blocchi di pietra squadrata, uno più grande e due più piccoli; sul maggiore dei tre era disposta una scacchiera da gioco.
Non si trattava però di una normale scacchiera: le pedine erano d’oro e d’argento e la base di un legno così nero che sembrava carbone; il giovane non aveva mai visto niente del genere in tutta la sua vita, anche la disposizione delle pedine sulla scacchiera era totalmente diversa da ogni gioco che avesse mai fatto.
La contemplazione di una tale meraviglia venne interrotta da un pensiero sussurrato dalla voce del cavaliere.
«Non possiamo proseguire»
«Perché?» chiese Lay con un filo di voce.
«Devo affrontare una prova, solo se la supererò avrò dimostrato di essere degno e potremo proseguire ma se fallirò non mi sarà permesso continuare»
Lay non capiva il senso delle parole del cavaliere ma ad un suo gesto si allontanò di qualche passo, nel frattempo, mentre Sir Gareth prendeva posto da un lato della scacchiera, un cavaliere senza emblemi comparso dal nulla si sedeva al lato opposto; i due si scambiarono un gesto di saluto e si prepararono ad iniziare.
Lentamente l’ignoto cavaliere spostò la prima pedina dando così inizio alla partita.
A questo punto la mossa era di Sir Gareth, Lay osservava con attenzione il suo compagno di viaggio: la concentrazione era molta ma l’espressione non tradiva preoccupazione, le profonde rughe che solcavano il viso del cavaliere erano immobili.
La mossa però non arrivò subito, Lay non conoscendo il gioco non riusciva nemmeno a capire quale fosse una possibile mossa per non avere uno svantaggio iniziale: dalla disposizione dei due gruppi di pedine sembrava plausibile che Sir Gareth dovesse difendere ed il misterioso cavaliere attaccare.
La mossa che gli avrebbe permesso di cominciare a capire meglio la dinamica del gioco però non arrivava ed alzando lo sguardo il ragazzo si accorse che Sir Gareth non stava neanche guardando la scacchiera, i suoi occhi erano fissi sul suo avversario.
Il cavaliere misterioso però indossava l’elmo ed era impossibile capire dove stesse guardando anche se l’impressione che stesse ricambiando lo sguardo era forte.
La situazione rimase invariata per diverse ore, l’anziano cavaliere sembrava riflettere più sul suo avversario che sulla disposizione delle pedine.
Il sole da alto nel cielo già cominciava a lambire i picchi delle montagne sull'orizzonte quando Sir Gareth prese la sua pedina più grande e la posizionò orizzontalmente alla scacchiera.
Poi, alzandosi, rivolse un impercettibile inchino all'altro cavaliere e con un cenno della mano invitò Lay a proseguire il cammino lungo la strada.
Il ragazzo però era confuso, la partita non era finita, praticamente non era neanche iniziata: una sola mossa era stata fatta ma i giocatori si erano già congedati, non trovò però il coraggio di chiedere spiegazioni al suo compagno di viaggio e si limitò a seguirlo.
Dopo pochi passi, voltandosi indietro, il giovane vide che tutto era scomparso: le pietre, la scacchiera ed il cavaliere. Spariti senza lasciare traccia, come rapiti dal vento.
Quando, proseguendo il cammino, la curiosità del giovane scudiero fu sul punto di valicare gli argini della riservatezza, non potendo più trattenere le parole, domandò con timore il motivo della repentina fine della partita.
«Mi sono arreso» rispose l’anziano cavaliere.
«Arreso? E lui ti ha lasciato andare, perché?»
«Nessuno a mai sconfitto Sir Owain in una partita a scacchi: non ci riuscì il Re, che speranza avevo io di batterlo. Arrendendomi, ho dimostrato rispetto nei confronti del mio avversario, dato prova di possedere umiltà e piena comprensione delle mie capacità. Così abbiamo guadagnato il diritto di passare»
«Hai giocato a scacchi con un fantasma?»
«No ragazzo, quello non era un fantasma, quella era solo la volontà di Sir Owain di mettere alla prova le mie qualità in vista di una battaglia ben più ardua»

Ora stavano proseguendo da un giorno in riva al mare, quale costa però si distendesse accanto a loro Lay non lo sapeva; aveva perso l’orientamento da diverso tempo ma non si era preoccupato dato che Sir Gareth, al contrario, sembrava sempre più sicuro della strada da percorrere.
La sicurezza nella strada però era accompagnata da un tensione di fondo che piano piano stava aumentando nel cavaliere, come se sentisse la vicinanza della sua metà.
Una sera videro in lontananza una torre diroccata, davanti ad essa era acceso un fuoco e Lay in cuor suo sperò di poter chiedere ospitalità, Sir Gareth però non sembrava della sua stessa opinione e senza che il ragazzo se ne accorgesse aveva già sguainato la spada.
«Rimani nell'ombra, figliolo, questi non sono semplici viandanti. Loro sanno dove si trova ciò che sto cercando»
Così dicendo si avviò verso il campo.
Dopo poco Lay lo seguì muovendosi silenziosamente nell'ombra.
Quando arrivò ad una distanza tale da poter distinguere figure e suoni, tre uomini armati erano già pronti ad affrontare Sir Gareth ma poté cogliere le ultime parole.
«Non ci riuscirai, vecchio! Oramai è tardi» disse uno degli uomini.
«Non sarà mai tardi per il trionfo del bene sul male!» rispose il cavaliere.
Quello che seguì fu la prima vera battaglia vista da Lay: Gareth affrontò il primo dei tre uomini e con pochi colpi ebbe la meglio lasciandolo a terra morente.
Il secondo però sembrava più risoluto e riuscì a colpire di striscio il cavaliere su di un braccio, subito prima di cadere morto per un possente colpo alla testa.
Il terzo uomo non era più in vista e Sir Gareth si guardava intorno mantenendo alta la guardia, dopo poco però Lay vide il nemico, furtivo, mentre cercava di attaccare alle spalle il cavaliere.
Veloce il ragazzo si lanciò verso l’uomo e lo travolse finendo a terra ma impedendogli di trafiggere Sir Gareth alle spalle.
Quando il cavaliere si voltò con un colpo trafisse l’avversario poi aiutò Lay a tornare in piedi e disse:
«Ti avevo detto di rimanere nascosto, avresti potuto farti male, tu non eri armato e lui si»
«Un semplice grazie poteva bastare» disse Lay spolverandosi i vestiti dalla terra.
Nella penombra del fuoco però vide che il volto del cavaliere aveva perso un po’ della sua severità e capì che ciò era il massimo che poteva aspettarsi.
All'improvviso un rumore richiamò la loro attenzione verso il falò, Sir Gareth alzò la guardia e si pose davanti a Lay ma subito entrambi si accorsero che ciò che produceva il debole rumore era una persona legata vicino al muro della torre in rovina.
Quando rimossero il cappuccio sulla testa del prigioniero entrambi rimasero incantati dalla bellezza della ragazza che vi stava sotto: occhi luminosi e impauriti incorniciati da lunghi capelli neri leggermente arruffati rendevano la giovane di una grazia divina.
Lay era immobilizzato da tanto fascino e quindi Sir Gareth liberò la ragazza presentandosi: «Salve damigella, io sono Sir Gareth e questo è il mio scudiero Lay, non temete non vogliamo farvi del male»
Il ragazzo era talmente affascinato che a stento notò il fatto che, così d’un tratto, era diventato lo scudiero di Sir Gareth.
La ragazza riprese coraggio e parlò: «Grazie per avermi salvato, vi sarò eternamente grata»
Le sue parole erano rivolte ad entrambi ma il suo sguardo indugiava su Lay, segno che anche la bellezza del ragazzo aveva fatto breccia nel cuore della giovane.
Quando si furono sistemati Sir Gareth chiese spiegazioni sul perché la giovane Elaine, questo era il suo nome, fosse prigioniera.
«Ho sempre vissuto con mia madre in campagna, mio padre ci lasciò diversi anni fa per una malattia.
Un mercante venne un giorno a casa per acquistare da mia madre un vecchio libro che era da sempre appartenuto alla mia famiglia. Mia nonna diceva che era stato scritto dalla fata Morgana e a noi era stato affidato per essere custodito al sicuro.
Mi dicevano che contenesse pericolose magie e sortilegi di ogni tipo.
Il mercante insisté molto, offrendo tanto oro da comprare una città, affermando che il libro era l’unica possibilità per trovare qualcosa che aveva perso.
Non riusci però a convincere mia madre che lo scacciò di casa in malo modo quando lui arrivò a minacciare ritorsioni.
Quando mia madre un paio di giorni dopo si recò al mercato in città i tre uomini che prima avete ucciso vennero a casa mia, mi rapirono e rubarono il libro. Per il resto del viaggio sono stata con loro tre e non ho più visto il mercante, da quello che avevo sentito volevano vendermi in qualche città fuori dal regno»
Il cavaliere ascoltò le parole in silenzio ma Lay vide che più procedeva il racconto più il suo viso mostrava inquietudine per il futuro.
A notte fonda i ragazzi presero sonno mentre Sir Gareth vegliava su di loro.

Il mattino dopo il loro viaggio gli condusse in una stretta valle ai cui lati si stagliavano alte pareti rocciose, massi enormi si affacciavano lungo entrambe le fiancate e parevano sul punto di cadere sulle loro teste; la strada stessa era costellata di piccole pietre che a tratti parevano pezzi di ossa umane.
«Stiamo attraversando la Valle delle Pietre, una delle entrate al Regno di Gore» il cavaliere parlava lentamente quasi a non disturbare il silenzio del luogo, tirando il suo cavallo che avanzava lentamente sul terreno accidentato.
«Sembra l’ingresso dell’inferno» disse Elaine rendendo manifesto il suo pensiero.
«Qualcosa del genere figliola, questo è il regno di Baudemago da cui nessuno poteva uscire senza il suo permesso»
Lay stava per parlare a sua volta quando una profonda voce li fece arrestare:
Fermi voi che osate addentrarvi nella terra di Gore
Le parole echeggiarono nella stretta valle ma non sembravano arrivare da nessuna direzione precisa; Lay ed Elaine si arrestarono paralizzati dalla paura, anche l’anziano cavaliere si fermò ma la sua espressione non tradiva nessun segno di angoscia.
«Dimmi che uomo sei e cosa vuoi» disse Sir Gareth fissando il vuoto davanti a loro.
Sono un cavaliere, come te, che però cerca ciò che non può trovare
Le parole accompagnarono l’apparizione di una figura eterea e sfuggente davanti ai loro occhi: gli indumenti e le armi che portava erano simili a quelle di Sir Gareth ma di colore vermiglio.
«Lo so bene, la tua ricerca è stata lunga ma vana, sir Perceval, qui non puoi trovare nulla se non vivi più»
Tu però vivi ancora, mangi e respiri
Le parole, ora sottili, avevano il tono dell’accusa.
«Accusi me di essere ancora in vita? Sai bene che peggio della morte sono stati per me questi ultimi anni, separato dagli affetti di un tempo»
Noi non riusciamo a dormire, non riusciamo a mangiare. Noi non viviamo, facciamo il verso alla vita, siamo un esercito di fantasmi
Le parole ora erano minacciose e tonanti e Lay provava il forte desiderio di fuggire frenato solo dalla presenza tranquillizzante di Sir Gareth.
«Ti ripeto che la tua cerca è finita. Perché indugiare ancora nel mondo mortale?» disse l’anziano cavaliere mostrando calma e tranquillità.
La terra sotto i loro piedi tremava ed i macigni in alto sembravano in procinto di staccarsi ma Sir Gareth si mosse verso la figura pallida davanti a loro e con serenità si rivolse a Perceval.
«Tu eri uno dei migliori tra noi. Non hai concluso la tua missione ma avresti potuto se il destino non ti fosse stato così avverso, ricorda chi eri e lasciaci passare»
Improvvisamente il tremore si arresto e la figura davanti a loro parve farsi via via più flebile.
«Prima che tu vada, puoi dirmi qualcosa su colui che cerco?» disse l’anziano cavaliere
«Attento Sir Gareth, sembra che la persona che cerchi abbia richiamato qualcuno dalla morte», rispose il fantasma con parole quasi umane, «qualcuno che un tempo fu ucciso dal tuo signore è tornato dall'oltretomba ma non solo con lo spirito bensì con tutto il corpo»
Con queste parole che echeggiavano nelle loro teste i tre continuarono il loro viaggio anche se oramai la fine della ricerca pareva indiscutibilmente vicina.

Quando in una piccola radura attraversata da un fiume raggiunsero il mercante videro che non era solo: accanto a lui si trovava un cavaliere dalle armi nere il cui stemma Sir Gareth conosceva molto bene.
I due uomini sembravano attenderli e il cavaliere avanzò mettendosi a protezione dei suoi due compagni di viaggio, sapeva bene che in caso di sua sconfitta loro non avrebbero potuto nulla contro una tale malvagità.
Le sue labbra erano serrate ma lasciarono sfuggire un pensiero: «È come temevo, ha richiamato forse il più malvagio dei nemici della Tavola Rotonda»
«Chi è ... Mordred?», chiese Lay che evidentemente aveva fatto appello a tutte le sue memorie per ricordare un nome sentito nella sua infanzia lontana.
«No, Mordred era arrogante e ambizioso ma voleva solo il potere e il controllo del regno, colui che sta davanti a noi è Meleagant, la malvagità fatta uomo, il cui unico scopo nella vita era la distruzione di Re Artù e della sua corte»
Quando la figura nera accanto al ricco mercante parlò tutti rimasero scossi: «Tu conosci il mio nome ma io non conosco il tuo, cavaliere»
«Sono Sir Gareth, fratello di Sir Galvano e nipote di Re Artù, nominato cavaliere da Sir Lancillotto colui che, un tempo, ti ha mozzato la testa per i tuoi crimini»
«Bene, Sir Gareth, allora vedremo se sei all’altezza del tuo nome» così dicendo montò a cavallo brandendo la lancia nera.
Gareth capì immediatamente che avrebbe dovuto affrontare un’ultima sfida con la lancia; con agilità montò in sella al suo cavallo e brandendo la lunga arma si preparò ad affrontare Meleagant.
Con un gesto di consenso i due cavalieri si lanciarono al galoppo l’uno verso l’altro; i muscoli dei cavalli erano tesi nello sforzo, le lance in resta e gli scudi alti a proteggere il corpo.
Quando si raggiunsero al centro della radura lo scontro fu terribile.
Entrambi i cavalieri centrarono in pieno l’avversario e furono sbalzati a terra in un caduta che avrebbe ucciso qualunque uomo; loro però non erano uomini ordinari e dopo poco erano già in piedi.
Sir Gareth durò non poca fatica a rialzarsi e capì di avere sicuramente qualche osso minore rotto ma, riacquisendo pian piano le forze, estrasse la sua spada e si mosse verso il suo avversario.
Anche Meleagant estrasse la spada e il cavaliere notò con un fremito di agitazione che stava brandendo Excalibur; sapeva bene che, fintanto che la spada del Re fosse stata in mano del suo nemico, le sue speranze di vittoria erano misere ma si dispose comunque in atteggiamento di difesa.
Il cavaliere sapeva che c’era solo una speranza di riuscita e quando Meleagant attaccò rinunciò a pararsi per colpire la mano indifesa dell’avversario. La mossa riuscì e il cavaliere dalle armi nere perse Excalibur che volteggiando in aria finì distante dallo scontro, il prezzo della riuscita però era stato forse troppo alto ed una ferita profonda e sanguinante ma non mortale si era aperta sul fianco dell’anziano cavaliere.
Meleagant, minimamente disturbato dalla perdita di Excalibur, estrasse una seconda spada e si lanciò nuovamente all'attacco, ora però i due cavalieri erano alla pari almeno finché la ferita di Gareth non avesse perso troppo sangue.
Erano anni che il regno non vedeva un duello pari a quello, le lame colpivano velocemente scudi e armature facendo risuonare l’acciaio: ogni colpo rompeva le corazze e apriva ferite su entrambi i corpi.
L’anziano cavaliere, sempre sulla difensiva, dopo un po’ cominciò a mostrare segni di cedimento: i colpi erano sempre meno potenti, le parate sempre meno efficaci e la vista sempre più annebbiata.
Figure eteree si stavano manifestando intorno allo scontro: cavalieri, amici e affetti stavano giungendo per assistere al suo ultimo duello.
Lancillotto, Galvano ed i suoi fratelli, Ivano, Bors e gli altri cavalieri, sua moglie Lionora, sentiva anche la presenza del Re benché non riuscisse a vederlo; erano tutti lì e lo osservavano con volti immobili, non riusciva però a capire se anche il suo avversario potesse vedere quello spettacolo spettrale.
L’acciaio delle spade mandava scintille quando sbatteva sulle corazze e ciò dimostrava che il suo nemico era reale e determinato alla sua sconfitta.
Per un attimo gli parve che Lionora lo stesse chiamando ma la voce non era chiara, sembrava più lontana della figura pallida della moglie; le forze erano sempre meno e gli attacchi di Meleagant andavano sempre più in profondità. Ogni attacco provocava a Sir Gareth dolori attraverso tutto il corpo e le sue parate oramai erano quasi del tutto inutili.
Chiuse per un attimo gli occhi accecati dal sangue e dal sudore ma quando li riaprì la spada di Meleagant già riaffiorava insanguinata dal suo fianco.
Mentre cadeva a terra ripensò a Lionora.

Lay osservava la scena con stupore e terrore: i due cavalieri si muovevano in cerchio in una danza mortale, i colpi che si infliggevano avrebbero ucciso un uomo sul colpo ma loro, superiori agli uomini comuni, continuavano ad attaccare e difendere.
Aveva come l’impressione che Sir Gareth si guardasse intorno dopo ogni assalto come ad osservare un pubblico che non c’era, al contrario Meleagant era concentrato sul suo avversario e sembrava attendere il momento giusto per sferrare il colpo di grazia.
Accanto a lui Elaine assisteva allo scontro ma teneva sotto controllo anche il maligno mercante poco lontano e lo vide subito quando, denudando la lama di un pugnale, si diresse verso i due cavalieri probabilmente per terminare quella sfida nel disonore.
La giovane chiamò Sir Gareth nel tentativo di attirare la sua attenzione sul nuovo nemico, il cavaliere si voltò ma il suo sguardo sembrava non superare una barriera invisibile posta intorno al duello; non avrebbe potuto difendersi dal nuovo attacco.
Lay provò un senso di risentimento per ciò che stava accadendo. Non avendo tempo per pensare corse verso il mercante e quando gli fu davanti lo bloccò con la spada che aveva raccolto da terra.
Tra le sue mani teneva Excalibur, la lama dei Re, ma il mercante con il suo solito ghigno si rivolse a lui con parole sprezzanti: «Togliti di mezzo ragazzino o ti farai male»
«Dovrai passare sul mio corpo esangue prima di arrivare a lui», la voce di Lay era ferma e decisa, «il disonore non è una punizione sufficiente per te»
Il volto del mercante mostrò in un attimo tutta la superbia e la meschinità dell’uomo che, con una mossa repentina, tentò di assalire il giovane ragazzo.
Lay scartò di lato. I suoi movimenti ricalcarono quelli che aveva visto fare a Sir Gareth ed evitando l’attacco mirò alle mani del suo avversario, la piccola lama volò in alto e si conficcò nel terreno poco distante.
Proseguendo nel movimento il giovane scudiero colpì il mercante dietro la gamba destra facendolo accasciare al suolo, fiero di ciò che aveva fatto si voltò a cercare il consenso del suo compagno ma Gareth si stava accasciando ai piedi di Meleagant.

Quando Sir Gareth aprì nuovamente gli occhi gli sembrava di aver dormito un’eternità, invece Meleagant era ancora lì, in piedi sopra di lui, e si preparava al colpo di grazia.
La spada brunita del malvagio cavaliere gocciolava del suo sangue e alta nel cielo sembrava pretendere il resto della sua anima.
Quando la spada cominciò a calare Sir Gareth si preparò a incontrare i suoi amici.
Il colpo finale però non arrivò: con un clangore assordante qualcosa si era frapposto tra il cavaliere e la brutale lama, Lay con i muscoli tesi nello sforzo reggeva il peso dell’attacco e lo difendeva dalla morte.
Meleagant dopo un attimo di esitazione osservò il ragazzino che si frapponeva tra lui e la sua vittoria, squadrò da capo a piedi quel giovane uomo senza armatura che osava sfidarlo.
Quando si allontanarono di un passo e si prepararono al duello, Sir Gareth vide una smorfia di soddisfazione allargarsi sul volto del perfido cavaliere, manifesta sicurezza di una vittoria facile.
Con rapidità portò un primo brutale attacco che, probabilmente, voleva essere risolutivo.
Lay però non fu colto alla sprovvista e parò quel primo micidiale colpo, il clangore di Excalibur risuonò nuovamente nell'aria dopo decenni, come un canto.
Meleangant continuò con una serie di attacchi che portarono Lay ad indietreggiare notevolmente ma, per ogni passo indietro che faceva, il ragazzo sembrava più sicuro nella parata e meno scosso nell'animo.
La sicurezza di Meleagant scemava ad ogni attacco fallito e quando Lay, dopo un’ennesima parata di successo, portò il suo primo attacco svanì del tutto.
Lo scudiero si mosse con rapidità: i suoi piedi erano sicuri e la sua mano ferma, la mancanza di armatura lo rendeva più veloce del suo avversario che ora risentiva della fatica e delle ferite subite così, sotto attacchi sempre più assidui, in breve tempo Meleagant fu costretto sulla difesa.
La velocità di Lay era impressionante, paragonabile a quella di Lancillotto, i suoi attacchi erano sempre più potenti, quanto quelli di Tristano.
Il cavaliere era in difficoltà e, quando sbagliò una parata, non ebbe modo di bloccare il colpo mortale seguente, la lama penetrò in profondità e raggiunse il cuore uccidendo Meleagant sul colpo.
Un ragazzino aveva sfidato il male incarnato ed ora un uomo lo aveva sconfitto.
Il Lay che ora si avvicinava a Sir Gareth non era lo stesso che si era accostato a lui la prima volta, non era la polvere o il sangue a provare che qualcosa era cambiato: un uomo si stava chinando su di lui, un compagno.
«Sir Gareth, state bene?» la sua voce aveva perso del tutto il timbro della giovinezza.
Anche Elaine era arrivata presso di loro e già stava esaminando la ferita.
«Non temete, ho subito ferite più gravi» si sforzava di parlare con voce tranquillizzante ma dentro di sé non era del tutto sicuro che il suo corpo avrebbe potuto riprendersi, sentiva le forze andarsene lentamente.
«Tu sai cosa devi fare con quella» disse a Lay indicando Excalibur.
Il ragazzo guardò la spada e senza la minima esitazione la lanciò nel fiume che scorreva li vicino.
Nessuno si aspettava che la Dama del Lago gli rendesse omaggio e quando la spada, dopo essere affondata nell'acqua, riemerse impugnata da una mano di fanciulla per poi inabissarsi nuovamente per sempre, tutti e tre capirono che la missione era compiuta.
Poi si rivolse alla ragazza e disse: «Elaine, ti pregherei di bruciare il libro magico più tardi e di spargere le sue ceneri nel vento, la sua stessa esistenza è un pericolo per gli uomini»
La giovane fece un cenno di assenso.
Chiese una mano per rimettersi in piedi ma, mentre i due giovani lo aiutavano, i suoi occhi colsero un movimento: qualcuno si stava avvicinando alle spalle di Lay.
Con la spada ancora stretta in mano richiamò tutte le energie che gli rimanevano e spinse via lo scudiero; la sua lama penetrò in profondità nel corpo del mercante, uccidendolo, ma nulla impedì al pugnale diretto verso la schiena del giovane di affondare poco sotto il suo cuore.

Quando i due giovani si avvicinarono nuovamente al suo corpo disteso per terra i loro volti erano rigati di lacrime, poco tempo sarebbe passato per il cavaliere prima di ricongiungersi con i suoi vecchi compagni.
Con una carezza il cavalier asciugò le lacrime di Elaine e disse:
«Dolce ragazza non temere mai di concedere il tuo cuore se pensi di avere davanti la persona giusta»
I due ragazzi si guardarono con gli occhi di giovani innamorati, poi lentamente Lay si voltò verso Sir Gareth tentando disperatamente di trattenere le lacrime.
«Sir Gareth vi prego resistete» le parole che pronunciava sembravano un supplica, «non potete abbandonarmi ora, ricordate che avete promesso di insegnarmi la via dei cavalieri»
«Lay», era la prima volta che l’anziano cavaliere pronunciava il suo nome, «tu non hai bisogno di me ... l’ho sentito subito quando ti ho incontrato che eri diverso dalle altre persone ... il vero cavaliere non ha bisogno che altri gli insegnino come comportarsi ... potrai trovare il cavaliere che è in te cercando qui dentro»
Così dicendo poggiò una mano sul suo cuore.
«Ma Sir Gareth, io non so ancora nulla»
«Non temere ragazzo, imparerai lungo il tuo percorso» le parole erano sempre più flebili quasi come un sospiro.
«Ma voi siete l’ultimo cavaliere!»
Posandogli una mano sulla spalla Sir Gareth pronunciò le sue ultime parole:
«No Sir Lay, ora siete voi l’ultimo Cavaliere di Artù»



Note:
[1] antico strumento tardo medioevale ad arco di provenienza araba ma diffuso in tutta Europa

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